Aree naturali protette dove la caccia è vietata
Il contenimento del Cervo nella Foresta del Cansiglio
Lo sciacallo dorato nella bassa trevigiana?
I veleni nascosti nei nostri giardini
Vespe, pappataci, calabroni, pulci, zecche & c.
L'esercizio venatorio non può essere lasciato al beneplacito del singolo cacciatore. Chi esercita la caccia è tenuto a tenere un comportamento che domini la passione, con ragionevolezza e conoscenza di causa.
Etica venatoria verso se stessi significa acquisizione da parte del cacciatore di una mentalità frutto della riflessione e dell'onestà, accettazione del dominio della ragione e necessità di fare delle rinunce. Curare la propria formazione e abituarsi a riflettere anziché agire d'istinto. Utilizzare l'arma in sicurezza, che non è spavalderia, senza il timore che induce alla paura.
Etica venatoria verso la selvaggina significa che il cacciatore deve collaborare per assicurare alla selvaggina la dovuta protezione, astenendosi dalle azioni contrarie alla legge che possono nuocere alle popolazioni degli animali cacciabili e alle specie protette. Gli spari ai selvatici vanno effettuati esclusivamente con lo scopo di colpirli mortalmente, evitando quindi tiri maldestri che possono ferire un selvatico e farlo soffrire inutilmente. Non si tira al fagiano in ramo o alla lepre al covo. Il cacciatore deve saper rinunciare al tiro anche ad un animale cacciabile se ritiene che il capo in questione riveste un valore o è di utilità per gli altri animali del branco o della colonia.
Etica venatoria verso gli altri cacciatori significa che le regole di prudenza e di cortesia vanno osservate in modo da non provocare la reazione degli altri cacciatori. Sul terreno di caccia vanno rispettate le precedenze, le postazioni già occupare e non va intralciato l'esercizio venatorio altrui. L'azione di caccia non termina finché il cacciatore non cessa di inseguire il selvatico. Non esistono privilegi e tutti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri.
Etica venatoria verso terzi. I territori in cui si esercita l'attività venatoria sono frequentati anche da altre persone: sportivi, agricoltori, attività di controllo, ecc. La maggior parte di queste persone cercano tranquillità e distensione e sono contrarie alla caccia. La presenza del cacciatore può destare moti di simpatia, avversione o indifferenza. E' il comportamento del cacciatore a provocare reazioni che possono dare origine a giudizi negativi per la caccia. Il cacciatore porta un'arma che va maneggiata con prudenza. Egli deve dimostrare nei fatti di preoccuparsi dell'incolumità delle persone. Non sono tollerati atteggiamenti spavaldi. Il cacciatore prima di sparare il colpo di fucile deve essere sicuro che il terreno è libero. Non va mai dimenticato che ogni giudizio negativo sul cacciatore si riversa, immancabilmente, sulla caccia in senso generale.
Etica venatoria verso le cose di terzi significa che le coltivazioni vanno rispettate, evitando vandalismi gratuiti e inutili che sono anche dannosi alla causa venatoria. Un atteggiamento rispettoso nei confronti dei beni altrui trova le sue radici in un comportamento corretto del cittadino, frutto di riflessione e di un'educazione civile.
Alcuni consigli di prudenza.
1) Conoscere il calendario venatorio.
2) Rispettare il calendario venatorio.
3) Tenere sempre il fucile aperto e scarico salvo che in azione di caccia.
4) L'arma si maneggia come se fosse carica anche se si è certissimi che non lo è.
5) Accertarsi che le canne siano libere da corpi estranei prima di caricare l'arma.
6) Per chiudere il fucile dopo averlo caricato si fa ruotare il calcio e non le canne.
7) Avere l'assoluta certezza del bersaglio prima di sparare.
8) Con un'arma carica non si scavalca mai un ostacolo, non si passa mai tra due fili di ferro e non si salta mai un fosso. In questi casi l'arma va aperta e scaricata: è più sicuro.
9) E' buona regola non utilizzare la sicura ma aprire l'arma: è più sicuro.
10) Quando un fucile non viene usato deve essere riposto con cura, meglio se smontato. Se ci sono bambini in casa, armi e munizioni vanno posti in luoghi separati.
Aree naturali protette dove la caccia è vietata.
Parchi nazionali (L. 394/91): sono
aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o
più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da
interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche
o biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori
naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e
ricreativi. Sono istituiti e delimitati con decreto del
Presidente della Repubblica, su proposta del ministro
dell'Ambiente, sentita la Regione. Attualmente sono 24 e
coprono oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5 % circa
del territorio nazionale.
Parchi naturali regionali e interregionali (L.
394/91, art. 2): sono aree terrestri, fluviali, lacuali o
tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico e
ambientale, che costituiscono in una o più regioni limitrofe,
un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici
dei luoghi, dai valori paesaggistici e artistici e dalle
tradizioni culturali delle popolazioni locali. La loro
classificazione e istituzione sono effettuate dalle Regioni. In
questo tipo di parchi naturali l'attività venatoria è vietata,
salvo eventuali prelievi faunistici e abbattimenti selettivi
necessari per ricomporre squilibri ecologici.
Parchi provinciali (L. 394/91): istituiti per
conseguire finalità simili a quelle dei parchi regionali, sono,
gesti dalle amministrazioni provinciali direttamente o tramite
aziende speciali da esse costituite.
Riserve naturali (339/94, art. 2): sono aree
terrestri, fluviali, lacuali o mari che contengono una o più
specie naturalisticamente rilevanti o presentano ecosistemi
importanti per la diversità biologica o per la conservazione
delle risorse genetiche. Possono essere statali o regionali e
la loro gestione è affidata al Corpo forestale dello Stato.
Possono anche essere regionali (l'attività venatoria è vietata,
salvo eventuali prelievi faunistici e abbattimenti selettivi
necessari per ricomporre squilibri ecologici).
Aree contigue (art. 32 della 394/91): le regioni
stabiliscono piani e programmi ed eventuali misure di
disciplina della caccia, della pesca, delle attività estrattive
e per la tutela dell'ambiente, relativi alle aree contigue alle
aree protette. I confini delle aree contigue sono determinati
dalle regioni, d'intesa con l'organismo di gestione dell'area
protetta.
Aree marine protette (L. 979/82 e L.. 394/9 1,
art. 2 e 18): istituite dal ministro dell'Ambiente, sono
regolamentate da leggi regionali e sono suddivise in diverse
tipologie di zone. In esse sono vietate le attività che possono
compromettere la tutela delle caratteristiche dell'ambiente e
le opere che possono compromettere la salvaguardia del
paesaggio e degli ambienti naturali tutelati e ai rispettivi
habitat.
Altre aree naturali protette: non rientrano nelle
precedenti classi e sono regolamentate da leggi regionali. Si
dividono in aree di gestione pubblica, istituite cioè con leggi
regionali o provvedimenti equivalenti, e aree a gestione
privata (le oasi delle associazioni ambientaliste, i parchi
suburbani, i monumenti naturali o le Aree naturali protette di
interesse locale).
Centri pubblici e privati di riproduzione della fauna
selvatica (L. 157/92, art. 10): ai fini di ricostituzione
delle popolazioni autoctone.
Foreste demaniali (art. 2 1 L,. 157/92): divieto
dell'esercizio venatorio nelle foreste demaniali ad eccezione
di quelle che non presentino condizioni favorevoli alla
riproduzione ed alla sosta della fauna selvatica.
Oasi di protezione (L. 157/92, art. 10): aree
destinate al rifugio, alla riproduzione e alla sosta della
fauna selvatica che sono contemplate nel piano faunistico
venatorio e in cui è vietata la caccia.
Zone umide di interesse internazionale: sono aree
acquitrinose, paludi, torbiere oppure zone naturali o
artificiali d'acqua, permanenti o transitorie che possono
essere considerate di importanza internazionale soprattutto
come habitat degli uccelli acquatici.
Zone ripopolamento e cattura (L. 157/92, art. 10):
sono territori interdetti alla caccia (ex art. 21), destinati
alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale per
la successiva immissione nel restante territorio al fine di
favorire il ripopolamento. Possono essere date in gestione ai
comitati direttivi degli Atc, ad associazioni venatorie, di
protezione ambientale o agricole.
Siti di importanza comunitaria (Sic). Zone
speciali di conservazione (Zsc): designate ai sensi della
direttiva 92/43/Cee, sono aree naturali che contengono zone
terrestri o acquatiche, naturali o seminaturali e che
contribuiscono in modo significativo a conservare, o
ripristinare, un tipo di habitat naturale o una specie della
flora e della fauna selvatiche. Tali aree vengono indicate come
Siti di importanza comunitaria. La direttiva 92/43 stabilisce
inoltre una rete ecologica europea denominata “Natura 2000”
costituita appunto dalle Zsc designate dagli Stati membri e
dalle Zps istituite dalla direttiva 79/409/Cee concernente la
conservazione degli uccelli selvatici.
Fonte: Federcaccia.
Contenimento del Cervo nella Foresta Regionale del Cansiglio
Il problema della gestione della fauna selvatica sia nelle aree protette sia fuori da esse si presenta oggi frequentemente ed è sentito dagli amanti della natura, dai fruitori delle aree protette e dalla cittadinanza che vive e convive giornalmente con gli animali selvatici e i danni che essi producono.
Gli animali che maggiormente causano danni all'ambiente con un impatto sugli ecosistemi e sulla fitocenosi sono gli ungulati: cervi, daini e cinghiali, sono i maggiori responsabili. Il problema si manifesta maggiormente in aree di dimensioni ridotte (meno di 1000 ha), dove vivono popolazioni di grossa taglia come i cervi o che hanno uno sviluppo demografico rapido (cinghiali) e senza il decremento dovuto alla predazione naturale, pressoché inesistente. In questa situazione è impossibile ipotizzare una sorta di "autoregolazione" da parte della natura e diventa indispensabile un intervento professionale, ragionato e pianificato da parte di tecnici abilitati. Esempi di questo generi, in Italia, possono essere: le Tenute Presidenziali di San Rossore (PI) o Castelporziano (Roma), per i cervi il Bosco della Mesola (FE) o il Parco Regionale della Mandria (TO) e il Gran Bosco di Salbertrand (TO) ma anche il Parco nazionale dello Stelvio (TN) e il Parco Nazionale del Monti Sibillini (MC).
Nella Piana del Cansiglio ci si trova in presenza di aree destinate al pascolo del bestiame che sono interessate perimetralmente dalla foresta, ciò crea le condizioni ottimali per la proliferazione del Cervo con i conseguenti danni causati alle attività agricole (documentati). L'impossibilità di mantenere o ricondurre l'area a condizioni di elevata naturalità e totalmente priva di interferenze antropiche determina un inevitabile scelta: intervenire per la conservazione dell'ambiente con la rimozione, previa cattura o abbattimento, della fauna in eccesso, come già avviene nei grandi parchi del Nord America e nei parchi africani.
La cattura è il metodo naturalisticamente più appropriato da utilizzare nell'area protetta/foresta demaniale/aree Sic/Zps quale è il Cansiglio, resa possibile e disciplinata dalla L. 157/92, art. 19, dove si parla di "metodi ecologici".
Il Comune di Fregona (TV) e l'Ekoclub di Treviso, hanno chiesto al dr. Renato Semenzato di Refrontolo (TV), di predisporre una proposta di operatività per la cattura di un centinaio di cervi sulla piana del Cansiglio. Gli animali saranno poi inviati ad altre arre protette che ne facciano richiesta per la successiva liberazione.
Il progetto è ambizioso, ma la professionalità del tecnico progettista e la forte motivazione da parte del volontari che porteranno a termine il progetto nonché, l'appoggio della cittadinanza di Fregona e della Provincia di Treviso, concorreranno certamente alla realizzazione del piano di controllo del cervo nella Piana del Cansiglio.
Ermete Pastorio
Lo sciacallo dorato nella bassa trevigiana?
Lo Sciacallo dorato è presente in alcune zone dell'Asia e del sud ed est Europa. In Europa l'areale dello sciacallo dorato appare in espansione, individui provenienti dalla ex Jugoslavia sono stati segnalati nelle regioni orientali italiane (Carnia) ed in Slovenia, zone in cui pochi anni fa la specie risultava assente.
La comparsa dello sciacallo in Friuli Venezia Giulia è attribuibile con certezza ai metà anni Ottanta, quando alcuni animali, scambiati per volpi, furono abbattuti in vicinanza di Udine e di San Vito di Cadore (Bl). Il suo areale più sud occidentale è stato raggiunto nel 1992 a Preganziol (TV), dove un animale è stato investito. Dopo la rapida espansione, durata fino all’inizio degli anni Novanta, la presenza era sembrata ridursi fino agli inizi del 2000, probabilmente a causa del bracconaggio, per poi nuovamente apparentemente riprendersi a metà degli anni Duemila. Nel 2009, un subadulto di 2 anni è stato ritrovato investito presso l’abitato di Sistiana (Ts) e un individuo è stato ritrovato vivo presso l’abitato di San Donà di Piave (Ve), a testimoniare che questa specie si può adattare anche agli ambienti antropizzati.
Ermete Pastorio
La malattia della rabbia è ripartita principalmente al nord delle Alpi ed è causata da un virus.
Il ciclo infettivo della malattia è sostenuto dalle volpi che possono contagiare altri animali selvatici o domestici. Il contagio può avvenire anche fra animali di specie diverse dalla volpe (tutti i mammiferi) mentre il contagio all'uomo avviene attraverso il morso o la contaminazione di ferite superficiali con la saliva d’animali infetti. Il virus è presente nella saliva degli animali infetti già alcuni giorni prima della manifestazione dei sintomi.
Il periodo d’incubazione della malattia può durare da alcune settimane fino ad oltre un anno. I sintomi sono a carico dei sistema nervoso centrale, con forma prevalentemente paralitica oppure eccitativa: la forma paralitica provoca apatia, inattività e difficoltà di movimenti; la forma eccitativa provoca aggressività, ipereccitabilità, spasmi e convulsioni. Nell'uomo la malattia provoca ansia, cefalea, ipertonia muscolare, spasmi alla laringe (idrofobia) convulsioni e infine la morte.
La diagnosi della malattia deve avere la conferma da analisi da laboratorio e deve essere fatta quando c'è un sospetto clinico in base ai sintomi osservabili e alle circostanze (zona di diffusione della rabbia, possibilità di contatti con animali rabidi, ecc.).
Le misure di prevenzione possono essere diverse e toccare i seguenti punti: intensificazione della pressione venatoria sulle volpi; vaccinazione antirabbica delle volpi con esche contenenti vaccino; obbligo della vaccinazione dei cani almeno ogni 24 mesi; obbligo, per i cani utilizzati per la caccia, della vaccinazione risalente a non oltre 12 mesi e ripetuta almeno una volta (due vaccinazioni all'età di 5/6 mesi e successivo richiamo annuale); ev. vaccinazione di altre specie animali (bovini, capre, pecore, gatti); vaccinazione delle persone a rischio (veterinari, guardacaccia, ecc.) o ancora evitando il contatto con animali sospetti.
La vaccinazione delle volpi viene effettuata mediante esche che sono distribuite sui territori abitualmente frequentati da esse. Le esche contengono vaccino mescolato a farina di pesce, grasso e tetracicline. Le componenti alimentari rendono il boccone appetibile per la volpe, le tetracicline macchiano indelebilmente i denti e le ossa del canide in modo da renderlo identificabile ai successivi controlli. Il vaccino contenuto in una fiala viene ingerito ed in questo modo si crea un cordone di volpi immuni attorno al focolaio infettivo. Il metodo della vaccinazione delle volpi da maggiori risultati per contrastare la rabbia, che non l'abbattimento in massa di questi animali portatori, poiché è stato dimostrato, che un territorio lasciato libero da una volpe, viene presto occupato da un nuovo animale a sua volta recettivo nei confronti della rabbia.
Una volpe stranamente diurna o che non mostra paura nei confronti dell'uomo e si lascia avvicinare, fa immediatamente scattare il sospetto che sia affetta da rabbia. Qualunque strano comportamento da parte dei mammiferi selvatici va considerato con attenzione come motivo di sospetto di rabbia.
Le misure di lotta sono la delimitazione di zone; obbligo dell'annuncio dei casi sospetti; obbligo di tenere i cani al guinzaglio; obbligo di vaccinare i cani di oltre 5 mesi contro la rabbia; uccisione, rispettivamente osservazione degli animali sospetti; isolamento e osservazione degli animali morsicatori sospetti durante 10 giorni; se entro tale termine l'animale non desta sintomi sospetti, il contagio non ha avuto luogo; uccisione degli animali che non possono essere catturati.
La lotta al randagismo si attua con procedimenti coercitivi (cattura ed eventuale abbattimento, artt. 83/87 del Regolamento di Polizia Veterinaria).
Nel caso di contatto con l'uomo, la terapia è la seguente: dopo il morso da un'animale rabbioso si deve fare un trattamento vaccinale secondo lo schema OMS (buone possibilità di successo) altrimenti dopo l'inizio dei sintomi ogni intervento curativo è vano.
La rabbia urbana si trova
nei paesi in via di sviluppo, è veicolata da cani, gatti o topi
che si trovano a contatto col le persone nelle città con scarse
condizioni igieniche. Provoca la morte di circa 52000 persone
all'anno (95% della mortalità mondiale).
La rabbia si manifesta in due
modi:
La forma furiosa (75%) è
caratterizzata da vagabondaggio, perdita dell'orientamento,
perversione del gusto, scatti d'ira ingiustificati, alterazione
della fonesi, perdita di saliva, segni progressivi di paralisi
della muscolatura, coma e morte che sopraggiunge dopo 2/10
giorni dai primi sintomi.
La forma paralitica (25%) compare senza le
manifestazioni dell'aggressività che caratterizzano la forma
furiosa, la morte sopraggiunge dopo 2/4 giorni dall'inizio
della paralisi.
Ermete Pastorio
Sono chiamati "giorni della
merla" gli ultimi tre giorni di gennaio, ovvero il 29, 30 e 31,
che, secondo la tradizione popolare, sono considerati i giorni
più freddi dell'inverno
Il nome deriverebbe da una leggenda secondo la quale,
per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in
origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale
emersero il 1º febbraio, tutti neri a causa della fuliggine. Da
quel giorno tutti i merli
furono neri.
Secondo una versione più elaborata della leggenda una merla,
con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente
strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva
ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo,
per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue
persecuzioni la merla un anno decise di fare provviste
sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al
riparo, per tutto il mese di Gennaio, che allora aveva solo 28
giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver
ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a
cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto
che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con
bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla
chetichella in un camino, e lì restò al riparo per tre giorni.
Quando la merla uscì, era sì, salva, ma il suo bel piumaggio si
era annerito a causa del fumo e così rimase per sempre con le
piume nere.
Come in tutte le leggende si nasconde un fondo di verità, anche
in questa versione possiamo trovarne un po', infatti nel
calendario romano il mese di gennaio aveva solo 29 giorni, che
probabilmente con il passare degli anni e del tramandarsi
oralmente si tramutarono in 31. Sempre secondo la leggenda, se
i Giorni della Merla sono freddi, la Primavera sarà bella, se
sono caldi la Primavera arriverà in ritardo.
Per quanto la leggenda parli di una merla, nella realtà questi
uccelli presentano un forte dimorfismo sessuale nella livrea,
che è bruna - becco incluso - nelle femmine, mentre è nera
brillante - con becco giallo-arancione - nel maschio.
A cura di Mauro Vian.
Lo studio scientifico delle
migrazioni, utilizzando anelli posti alle zampe degli uccelli,
ebbe inizio grazie all'ornitologo danese Mortensen, che
a partire dal 1889 iniziò ad inanellare alcuni storni con
anelli metallici applicati alle zampe. Su tali anelli vi era
inciso il nome della località (Viborg Danimarca) e l'anno dell'inanellamento.
Il sistema di contrassegnare ogni singolo individuo per
studiarne i movimenti migratori, si dimostrò subito efficace,
trovò larga diffusione nel mondo e rimane ancora oggi il metodo
di ricerca più diffuso. Gli anelli comunemente usati sono
realizzati in alloy, una lega leggera di magnesio ed
alluminio. Su tali anelli, vi è impresso il nome del centro d'inanellamento
che ha proceduto alla marcatura, una lettera dell'alfabeto ed
un numero d'ordine progressivo. Per gli uccelli che vivono in
mare sono invece utilizzati anelli in acciaio o incoloy,
che sono in grado di resistere all'azione abrasiva della sabbia
e alla salsedine. Il diametro dell'anello è proporzionale alla
grandezza del tarso dell'uccello, in modo che una volta
applicato non possa impacciare l'articolazione o sfilarsi. Gli
uccelli da contrassegnare sono catturati nelle innumerevoli
stazioni di inanellamento distribuite in tutto il mondo.
L'attività di marcatura è coordinata a livello internazionale
da organizzazioni scientifiche in grado di impartire le
necessarie direttive generali. La prima di tali organizzazioni
sorse nei primi anni del 1900 sulle rive del mar Baltico, in
una regione di grande importanza per il notevole passo durante
le stagioni della migrazione. Seguirono poi altre stazioni nel
volgere di pochi anni in quasi tutti gli Stati europei. In
Italia il prof. A. Ghigi, nel 1929, istituì l'Osservatorio
ornitologico del Garda. Attualmente l'attività d'inanellamento
è organizzata a livello europeo dall'Unione europea per l'inanellamento
(Euring) che, tra l'altro, ha il compito di organizzare
e standardizzare l'inanellamento a scopo scientifico in Europa.
In Italia, fin dalle origini, il Centro nazionale ebbe sede nel
Laboratorio di zoologia applicata alla caccia. Dagli anelli si
ottengono informazioni su due momenti precisi della vita di un
uccello: quello in cui è inanellato e quello in cui viene
ripreso. Dall'accumulo e dallo studio dei dati raccolti se ne
ricavano le seguenti informazioni:
- la definizione delle aree di nidificazione e di svernamento;
- l'individuazione delle direttrici seguite durante la
migrazione;
- la definizione delle aree di
sosta;
- il calendario del passo di ciascuna specie;
- la durata dei viaggi e l'influenza delle condizioni
atmosferiche;
- la dispersione dei giovani e la loro colonizzazione di nuove
aree;
- la durata media della vita di ogni specie e l'inizio e la
fine dell'età riproduttiva;
- le problematiche legate alla conservazione degli uccelli.
- notizie di carattere biologico, etologico ed ecologico d'interesse scientifico.
Fonte dati: Il Cacciatore italiano, organo ufficiale della Federcaccia.
Anodonti, le nostre conchiglie di fiume.
Le Anodonti sono molluschi (conchiglie) che vivono nei nostri fiumi e canali, riconoscibili durante i periodi d’asciutta per il guscio scuro e la scia di fango smosso che lasciano dietro di se. I pescatori le conoscono bene e sanno che sono in diminuzione, ma cerchiamo di capirne qualcosa in più di questi abitanti dei nostri corsi d’acqua.
Queste strane conchiglie, dalla forma di un sasso appiattito, in alcuni casi anche di dimensioni interessanti (10-20 cm), sono un elemento importante dell'ecosistema fluviale poiché servono da alimento a numerosi animali e svolgono un lavoro di filtrazione dell’acqua.
BIVALVI, distinguiamo 4 sottordini:
1) Schizodonti;
2) Eterodonti ffleterodonta;
3) Adapedonti;
4) Anomalodesmoidei.
Un totale di circa 17.000 specie.
Tra gli Schizodonti d'acqua dolce troviamo la superfamiglia degli UNIONOIDEI (Unionoidea), che presenta delle caratteristiche molto particolari specialmente per quanto riguarda la riproduzione. E’ interessante in questi Molluschi anche la formazione di perle, che un tempo avevano importanza economica e culturale.
Purtroppo lo sfruttamento delle acque dei fiumi, l'inquinamento e la diffusione di alcune specie ittiofaghe (aironi), hanno reso le conchiglie rare o del tutto introvabili.
Esse popolano le acque europee, ed è possibile trovare l'Unio pictorum in fiumi, ruscelli e laghi, e l'Unio crassus, che invece vive solo nelle acque correnti. Ognuna di tali specie abita in regioni distinte e in ambienti diversi dando origine a varie sottospecie locali, che testimoniano della gran capacità d’adattamento e di trasformazione di questi Bivalvi.
Molto simile all'Unio crassus è l'Anodonta cygnaea, che predilige acque più tranquille, e ha quindi il cardine privo di denti (da cui il nome: senza denti). Le minuscole particelle in sospensione di cui si ciba non le vengono di solito dall'acqua; muovendosi e agitandosi il Bivalve smuove il fondo e fa alzare nuvolette di fango che risucchia nella cavità del mantello ricavandone poi per filtraggio il cibo, costituito anche da piccoli organismi contenuti nel terreno. Setacciando in tal modo i fondali lascia dietro di sé solchi lunghi sino ad un metro.
Ancor più dell'Unio pictorum l'Anodonta cygnaea tende a sviluppare sottospecie locali, conformi alle condizioni ambientali in cui si trova a vivere; infatti, un tempo nella sola Europa centrale vivevano 88 forme diverse, che però risultarono appartenere senza alcun dubbio a 2 sole specie ben distinte. E’ interessante notare che sia l'Anodonta cygnaea sia la Pseudoanodonta complanata sono in grado di percepire i movimenti, o meglio le ombre che scivolano sopra di se, quanto più l'ombra è intensa, tanto più evidente è la reazione. Ciò rappresenta un vantaggio non indifferente per il Mollusco, giacché un'ombra preannuncia spesso l'avvicinarsi di un nemico.
Per i Bivalvi d'acqua dolce, la metamorfosi da uovo fino ad animale adulto presenta notevoli differenze rispetto ai Bivalvi marini. Le larve degli Unionoidei vivono da parassiti sui Pesci, e nella struttura corporea hanno ben poco in comune con le forme larvali dei Bivalvi marini. Le larve liberamente natanti sarebbero facilmente trascinate dall'acqua corrente e distrutte; pertanto i Bivalvi d'acqua dolce non depongono uova né larve nell'acqua. D'estate le uova non ancora fecondate sono accumulate nelle fessure tra le branchie materne, che si gonfiano notevolmente. Gli spermatozoi penetrano attraverso l'apertura inalante, e la fecondazione ha luogo nelle branchie. Qui si sviluppano le larve (circa 300.000 per ogni animale), che sono liberate nella primavera successiva. Ad un primo sguardo esse somigliano a piccoli Bivalvi, e solo un esame più attento rivela che la loro struttura è totalmente differente da quella dell'adulto.
Dopo che le larve sono state espulse attraverso l'apertura esalante dal corpo della madre, in un primo tempo formano sulla superficie fangosa del fondo dei piccoli ammassi; non appena s'avvicina un Pesce, le valve munite d’uncino si aprono e si chiudono come una tenaglia, e in tal modo la larva si fissa sull'ospite. La piccola ferita provocata dalla larva nel corpo del Pesce guarisce rapidamente; il glochidio è addirittura incapsulato dai tessuti dell'ospite. Ora la larva inizia la sua metamorfosi, e sì formano anche le valve della vera conchiglia. Dopo 2-10 settimane la capsula scoppia, il Pesce, forse spinto da una sensazione di prurito, si strofina contro piante acquatiche o sassi ruvidi e si libera del Mollusco che cade al suolo e inizia una nuova vita.
I Bivalvi d'acqua dolce hanno una grande importanza per i nostri corsi d'acqua. L'azione depurante della loro attività di filtraggio è troppo spesso, sottovalutata, se pensiamo che ogni individuo filtra attraverso gli appositi organi oltre 40 litri d’acqua l’ora. Sterminare i molluschi di uno specchio d'acqua significa comprometterne l'equilibrio biologico e, indirettamente, le stesse condizioni vitali per noi uomini ne sono pregiudicate, se è vero che la nostra salute dipende pur sempre dalla purezza e dalla bontà dell'acqua potabile.
Foto Ermete Pastorio: Anodonte trovata in un canale a Fossalta di Piave (VE).
Si ringrazia per la cortese collaborazione il personale della biblioteca di San Donà di Piave.
Per l'addestramento dei cani da caccia nella regione Veneto vale la L. R. 50/93, art. 18 che autorizza l'allenamento e l'addestramento dei cani dalla terza domenica d'agosto fino alla seconda di settembre, di mercoledì, sabato e domenica, dalle 6 alle 11 e dalle 16 alle 20, solo su terreni incolti, boschivi di vecchio impianto, stoppie, prati naturali e di leguminose non oltre 10 giorni dall'ultimo sfalcio (la legge non dice nulla sul numero dei cani in addestramento). Alcune limitazioni sono previste per i siti Natura 2000 (zone Z. p. s., contrassegnate da tabelle marroni) e sono pubblicate come allegato D al Bollettino Ufficiale della Regione Veneto, n. 4 del 9 gennaio 2007. Le limitazioni riguardano principalmente l'orario della caccia vagante col cane ed i campi addestramento cani.
Ermete Pastoiro
Nei nostri orti o giardini vi sono piante estremamente pericolose per le persone e per i nostri amici animali. I cuccioli hanno l'abitudine di correre, saltare e morsicare un po’ tutto, scarpe, giochi, piante e foglie. Alcune di queste piante sono estremamente velenose, ma, fatto ancora più grave, anche i bambini piccoli hanno l'abitudine di mettere in bocca cose o oggetti vari che si trovano a portata di mano.
Impariamo a conoscere questi veleni domestici.
|
Pianta |
Componente velenosa |
Conseguenze |
| Giacinto | Bulbo | Nausea, vomito. Può essere mortale. |
| Narciso | Bulbo | Nausea, vomito. Può essere mortale. |
| Oleandro | Foglie, rami | Molto velenoso, mortale anche per l'uomo |
| Digitale | Foglie | Può essere mortale se ingerita in grandi quantità |
| Rabarbaro | Foglie | Mortale |
| Alloro | Bacche | Mortale, per uccidere un cucciolo bastano poche bacche |
| Azalea e rododendro | Tutte le componenti | Mortale |
| Gelsomino | Bacche | Mortale |
| Tasso | Bacche e fronde | Mortale, il verde è più velenoso delle bacche; causa morte improvvisa senza evidenti sintomi. |
| Pomodoro | Foglie | Disturbi vari, mortale senza consulto medico immediato |
| Ginestra | Fiori | Bruciore di bocca e budella. Vomito. |
| Edera | Foglie e bacche | Mortale |
| Elledoro | Intera pianta | Molto tossica |
| Ficus | Foglie e fusto | Tossica in particolare per gli animali |
| Filodendro | Foglie e fusto | Tossica: edema, stomatite, vesciche sulla cute e reni |
| Giglio | Foglie e bulbo | Negli animali: apatia, vomito |
| Glicine | Semi | Causa vomito, diarrea e dolori addominali |
| Iris | Bulbi | Sintomatologia gastroenterica |
| Mimosa giapponese | Semi | Vomito, diarrea, convulsioni |
| Monstera | Foglie e steli | Dermatiti, gengiviti, ipersalivazione, vomito |
| Mugheto | Tutto | Molto velenosa |
| Ornitogalo | Bulbo | Vomito, apatia, insufficienza renale |
| Stella di Natale | Foglie | A contatto con gli occhi causa lacrimazione. Se ingerite causano diarrea, vomito. |
| Solano | Bacche | Gastoenterite emorragica |
| Spatifillo | Foglie | Emorragie e disturbi respiratori |
| Tulipano | Bulbi | Gastroenterite leggera (animali) |
| Vischio | Bacche | Tossiche, vomito, disturbi neurologici, morte (animali). |
Un discorso a parte
merita lo Stramonio, conosciuto come erba del diavolo o erba
delle streghe. Aprendo il giornale il 5 novembre 2009 m'è capitato
di leggere che a Treviso, due 15enni, sono finiti all'ospedale
per aver "fumato" alcuni semi di stramonio.

Sappiamo bene quanto possano essere ingenui i giovani nelle loro "attività ludiche", ma arrivare a fumare semi di stramonio ha dell'assurdo. La Datura stramonium non è l'hashish e nemmeno la marjuana, si tratta di una pianta velenosissima, i cui effetti sono amplificati dall'assunzione di alcool. I due ragazzi trevisani sono stati ricoverati in preda a convulsioni ed in effetti, la potente combinazione degli agenti tossici presente nei semi della pianta di stramonio, può portare alla paralisi della muscolatura respiratoria, al coma e alla morte (niente male per uno spinello). Ad oggi lo stramonio, nonostante la sua evidente tossicità, incredibilmente non è ancora inserito nella tabella degli stupefacenti. Si tratta di una pianta presente un po' ovunque: negli incolti, vicino ai margini delle strade e presso i ruderi. In passato le sue proprietà narcotiche erano utilizzate da stregoni o sciamani per rituali magico-spirituali e nella magia nera per fare ammalare gravemente le persone a cui era destinata. L'aspetto tragi-comico della faccenda e che, secondo gli addetti ai lavori, i ragazzi conoscono gli effetti narcotici e non conoscono, o fanno finta di non conoscere, gli effetti pericolosamente tossici della pianta. La casistica riporta il decesso di tre giovani in Francia nel 1992 e di uno in Svizzera nel 1998. In tempi più recenti uno studente di giurisprudenza dell'università di Ferrara è finito in coma dopo essersi mangiato una bistecca cosparsa di semi di stramonio.
Tutti i serpenti, ed in particolare le vipere, hanno sempre creato impressione, un senso di ribrezzo o di paura e di pericolo nella persone.
Per razionalizzare la paura occorre una migliore conoscenza dei retti in generale e delle vipere in particolare. Opportuni metodi di difesa e modi comportamentali adeguati, possono sicuramente prevenire il pericolo di un contatto ravvicinato con questi animali a sangue freddo.
In Italia si possono trovare 23 specie di serpenti, ma soltanto 4 specie di vipere velenose o potenzialmente pericolose (esclusa la Sardegna dove e vipere non sono presenti):
1) Aspide (o vipera aspis) è la più diffusa e provoca il maggior numero di casi di avvelenamenti. Si può trovare in tutte le regioni (esclusa la Sardegna) e vive sia in pianura che in montagna fino ad una altitudine superiore ai 2500m.
2) La Vipera del Corno (o vipera Ammodytes) si può trovare in Friuli (Carnia) in alcune località alpine e prealpine del Trentino e del Veneto, nelle zone aride e pietrose, con scarsa vegetazione, in genere a bassa altitudine, ma più raramente si può trovare anche sui monti fino ad un'altitudine di 2000 m. E’ riconoscibile per il cornetto sulla punta del muso. Si tratta della vipera potenzialmente più pericolosa delle italiane poiché, a differenza delle altre essa conserva i riflessi anche durante la digestione.
3) Il Marasso Palustre (o vipera berus) è presente in tutte le regioni alpine e prealpine, fino ai 3000 m., ma anche nelle zone pianeggianti umide e paludose.
4) La Vipera dell'Orsini (o vipera Ursinii) è la più piccola ed innocua delle vipere italiane ed è diffusa nell'Appennino Abruzzese e Umbro-Marchigiano dai 1400 ai 2000 m, si nutre principalmente di cavallette.
Tutte le vipere sono riconoscibili, a colpo d’occhio, per la testa, di forma triangolare e a punta, il corpo tozzo ed una coda corta e rastremata. Un'altra caratteristica che distingue le vipere (italiane) dai serpenti sono gli occhi con le pupille verticali (come i gatti), mentre le innocue bisce hanno la pupilla rotonda.
Le vipere italiane sono "pacifiche" e sicuramente preferiscono scappare (quando possono); il morso è mortale in rarissimi casi (soggetti a rischio sono anziani, bambini o persone debilitate), bisogna evitare la somministrazione di siero (immunoglobuline di origine equina) al di fuori di un ambiente ospedaliero per il rischio di shock anafilattico, in quanto più pericoloso del morso stesso della vipera. Molto dipende dalla quantità di veleno che viene iniettata (ad es. se la vipera ha morso poco prima un topo, la sua ghiandola velenifera sarà quasi vuota, oppure se è molto piccola, la quantità di veleno contenuta nella ghiandola sarà ridotta), dalla zona del morso (molto pericolosi i morsi nella zona del collo e della testa).
Le vipere possiedono una ghiandola situata nella regione posteriore e laterale del capo che produce un veleno formato da un'alta percentuale d'acqua, diverse albumine ad alta tossicità e altre proteine enzimatiche che agiscono sui tessuti, sulla coagulazione del sangue e, a volte, sul sistema nervoso. Per inoculare questo veleno utilizzano delle lunghe zanne mobili canalicolate che, quando il serpente apre la bocca, formano un angolo di 90° con la mascella ed in caso di morso penetrano nella cute della preda e iniettano il veleno attraverso i canali; quando chiudono la bocca le zanne vengono ruotate contro il palato.
Le vipere ed i serpenti in genere si nutrono di piccoli animali che inghiottono interi, le vipere dopo averli immobilizzati e uccisi con il potente veleno di cui sono dotate, i serpenti invece li soffocano.
Le vipere sono vivipare, gli altri serpenti sono ovipari.
Le vipere raramente raggiungono i
100 cm., lunghezza agevolmente superata dagli altri serpenti.
Le vipere, al contrario dei serpenti innocui, non sono ne
veloci ne scattanti e aggrediscono solo per difesa.
Le vipere, come tutti i rettili, amano il calore diretto dei raggi solari e le superfici che lo trattengono e lo rilasciano gradualmente, nonché i luoghi dove è facile nascondersi. Posti quindi particolarmente adatti alla presenza delle vipere sono:
- le pietraie esposte a
solatio
- i muri a secco
- le fascine di legna
- i tronchi d’albero tagliati e accatastati
- le vecchie case abbandonate
- i pagliai
- le rive dei corsi d’acqua e degli stagni
- tutti gli ambienti tranquilli e ricchi di cibo
-
dal livello del mare fino
a oltre i 1.500 metri.
Le vipere sono animali pigri e si spostano solo per mangiare
(quindi raramente), preferibilmente nelle ore diurne ma anche
in quelle notturne se la temperatura lo consente, normalmente
stanno quasi ferme anche insieme ad altri soggetti; il loro
cibo è composto essenzialmente da piccoli anfibi (rane, rospi
ecc.), topi e piccoli uccelli.
La loro attività si svolge nei mesi di aprile-maggio fino a
ottobre-novembre, con una punta nei mesi più caldi. Rifuggono
la presenza dell’uomo anche se, negli ultimi anni, si sono
avute segnalazioni di vipere anche in luoghi frequentati
dall’uomo come orti coltivati o prati adiacenti abitazioni; si
presume che questo anomalo comportamento sia dovuto alla
massiccia presenza di cinghiali all’interno del bosco.
Non è vero che inseguono l’uomo anche per lunghi tratti, anzi
la vipera è un serpente lento.
Non è scontato che partoriscano sugli alberi per non essere
morse dai loro stessi viperotti (si trovano anche
occasionalmente su rami bassi e cespugli molto folti).
Non è vero che vengono lanciate dagli elicotteri per ripopolare
una zona (si tratta di una leggenda metropolitana).
Vespe, api, calabroni, zanzare, pappatoci, pulci, zecche, vipere, meduse e pesci velenosi: precauzione e nuove regole per il morso di vipera.
Gli esseri umani non vogliono essere punti o morsi da insetti o
serpenti, e molti di questi ultimi non desiderano affatto essere
disturbati dagli uomini.
Vespe, api, calabroni (aculeati), utilizzano la loro arma a volte
letale per se stessi, come nel caso dell'ape che muore dopo avere
punto, per difendere la vita o la propria comunità.
Diverso il caso degli insetti ematofagi, cioè quelli che si
nutrono di sangue (zanzare, pappataci o flebotomi, pulci, zecche
che in realtà non sono insetti, ma Araneidi).
D'estate non dobbiamo scordarci di porre la massima attenzione
anche nei confronti di animali come le vipere e le meduse.
Ecco qualche suggerimento.
Innanzitutto nessun allarmismo, è necessario
conoscere il mondo animale e i comportamenti di molti insetti e
specie animali per evitare di mettere in atto atteggiamenti a
rischio per la salute.
Insetti aculeati, ne esistono oltre 2.000 specie in
Italia. Per le punture bisogna porre attenzione agli Apoidei (ape
mellifera, ape comune), ad alcune specie di Vespidi e ad
occasionali contatti in ambiente campagnolo e montano con Sfecidi
(Sphecidae) o altre specie di aculeati.
Vespe sono sociali fanno il nido e possono
essere le più pericolose, per il numero di esemplari concentrati;
sostanzialmente sono 3 o 4 specie che impattano con le nostre
escursioni o la vita quotidiana.
Le vespe Polistes costruiscono i nidi nelle gronde o sotto
i coppi dei tetti (nidi particolari aperti, senza favo per
nascondere le cellette) e accolgono al massimo un centinaio di
soggetti (altri imenotteri o apidi fino a qualche migliaio). Non
sono molto aggressive e si alterano solo se ci avviciniamo troppo
ai nidi o le schiacciamo brutalmente (sempre meglio movimenti
lenti). Alcuni imenotteri sono dotati dalla natura dei cosiddetti
feromoni d'allarme: se attaccano e nei paraggi ve ne sono altri,
l'ormone secreto dal primo "soldato" invita gli altri esemplari
ad attaccare. Il pericolo maggiore è il contatto diretto con i
nidi e quindi è assolutamente sconsigliabile il fai da te
domestico per la loro eliminazione: obbligatorio chiamare
personale specializzato. Attenzione alla false credenze: di notte
vespe e api sono meno attive, ma possono ugualmente reagire e
quindi essere pericolose. La vespa al contrario dell'Ape, non
perde l'aculeo dopo avere colpito l'avversario. Lo stesso insetto
dunque può pungere diversi soggetti anche due o tre volte.
Le paravespule molto più aggressive delle Polistes
nidificano nelle abitazioni dove trovano ambienti che
assomigliano al loro naturale habitat (in natura nell'incavo
degli alberi o nel terreno) quindi cassettoni delle tapparelle,
mansarda, sottotetto. I nidi non si vedono fino a quando non sono
al loro massimo sviluppo che può raggiungere anche centinaia di
esemplari. Se disturbate sono quindi pericolose.
Apidi. Ricordiamo che le Api mellifere (produttrici dei
miele) sono insetti protetti e la rimozione degli alveari deve
quindi essere operata solo da apicoltori o Vigili dei Fuoco(
basta chiamare l'amico apicoltore e verrà lui a prendersi lo
sciame).
Altre specie come le Dollichovespule sono presenti i montagna.
Realizzano il loro nido masticando legno che, una volta seccato,
assume consistenza cartacea e che in genere si trova appeso ai
rami degli alberi. Escursionisti e fungaioli facciano attenzione
perché i nidi sono difficili da localizzare e bisogna stare
attenti a non innescare la reazione degli insetti. A parte il
caso delle persone allergiche al veleno di vespidi che rischiano
quindi lo shock anafilattico anche con una singola puntura, gli
aculeati non portano malattie (più legato alle specie
ematofoghe).
Il calabrone (Vespa Crobro). Normalmente
viene confuso con la Xylocopa violacea, imenottero nero con le
ali appunto violacea, anch'esso un aculeato. Questa è una vespa
pericolosa perché essendo di grandi dimensioni può con il suo
pungiglione inoculare una elevata quantità di veleno. E' un
imenottero sociale che costruisce i suoi robusti nidi all'interno
delle canne fumarie, nelle vecchie case, sotto i coppi dei tetti,
nei cassettoni delle tapparelle. Massima attenzione in questi
casi e non attuare mai il fai da te per distruggerle. Se si
sentono in pericolo possono diventare molto aggressive.
E poi c'è la mosca mimetica che si traveste da ape per
sembrare più aggressiva ed essere lasciata in pace dai predatori.
Le zanzare sono mosche appartenenti all'ordine dei
Ditteri.
Da una decina d'anni è possibile anche in Italia essere punti di
giorno. Alle classiche zanzare notturne, si sono aggiunte
infatti, le zanzare tigre che cacciano durante le ore di luce. Il
consiglio è di trattare le zone in cui si soggiorna o si dorme
con vari metodi che devono essere scelti in base a chi vive
nell'ambiente domestico (bambini, anziani). Ottimi i repellenti
da vaporizzare sulla pelle (chiedere consiglio al farmacista o al
medico). Va bene mettere dei fili di rame nei sottovasi o nei
pozzetti.
E' importante non essere punti in maniera massiccia. Una buona
regola è l'eliminazione dell'acqua stagnante nelle aree abitate e
trattare anche i giardini.
Il pappatacio non si trova ovunque (anche nel Veneto) e
porta la Leishmaniosi.
Piccolissimo e quasi invisibile è molto deleterio sia per
l'aggressività delle punture, sia per la possibile trasmissione
della Leishmaniosi che può colpire sia l'uomo che il cane (con
gravissimi e spesso letali danni per la salute dei nostro amico a
quattro zampe). Per salvaguardare il cane, non essendo ancora
disponibile il vaccino, bisogna cercare di tenerlo lontano dai
micidiali insetti con i tradizionali collari repellenti a base di
piretroidi. Per le abitazioni sono in commercio prodotti
specifici. Il pappatacio (che è una mosca) colpisce da maggio ad
ottobre, dal tramonto all'alba, soprattutto durante le estati
molto torride.
Le zecche sono ematofogi (si nutrono di
sangue), sono attirate da tutti i mammiferi a sangue caldo.
Generalmente aspettano cu cespugli o piante i loro ospiti, i
lasciano cadere su di esso e si arrampicano dalle caviglie fino,
in genere, all'inguine. E' difficile accorgersi della presenza
perché iniettano immediatamente uno sostanza anestetica prima di
inserirlo completamente nella zona dell'inguine o perianale. Su
cani e gatti, invece le zone più infestate sono quelle vicino
alle orecchie. E' facile trovare le zecche nei boschi, grazie
alla presenza di caprioli, cinghiali e cervi, ma è possibile
trovarle anche in un parco cittadino. Il periodo in cui è più
facile incontrarle è la primavera-estate e poi diminuiscono
progressivamente. Quando ci si reca in ambienti boschivi è
consigliabile indossare indumenti chiusi (calzoni, camicie) ed a
fine escursione ispezionare il proprio corpo. Esistono diversi
repellenti specifici che cosparsi sugli indumenti le tengono
lontane, quando però ci si accorge di essere ospite di una zecca,
si consiglia di andare dal medico e se questo non fosse
possibile, cospargere sulla zecca del dentifricio, afferrare con
la pinzetta la zecca alla base del collo ed estrarre con
precauzione. La rapidità è essenziale perché altrimenti può
rilasciare un siero che può trasmettere la cefalite o il morbo di
Lyme, entrambe infezioni molto pericolose. La prima può causare
meningite e la seconda una degenerazione dei sistema nervoso. Per
questo dopo una puntura viene prescritto una cura antibiotica che
impedisce lo svilupparsi delle patologie. In particolare il morbo
di Lyme si manifesta, se non viene seguita la terapia
antibiotica, dopo un paio di mesi con un eritema errante. Gli
animali d'affezione dovrebbero essere trattati preventivamente
con bagni appositi.
Le pulci si trovano generalmente in ambienti secchi come
solai e cantine. Sono più "domestiche" delle zecche, sono
anch'esse ematofaghe, ma la loro puntura è istantanea come quelle
di zanzare e tafani. A differenza delle zecche non trasmettono
malattie gravi o dannose, al massimo irritazioni cutanee o
eritemi. I rimedi più efficaci sono i repellenti che le tengono
lontane ed è necessario trattare in maniera preventiva anche le
cucce e gli ambienti domestici.
Le meduse irritanti dei mari italiani causano una reazione limitata alla pelle che può essere più o meno estesa. Può essere trattata con pomate o creme a base di antistaminici o cortisonici (basta chiedere al farmacista).
Le tracine sono pesci che pungono mediante un aculeo della spina dorsale. Iniettano un veleno piuttosto potente che è termolabile (parzialmente inattivato dal calore) in caso di puntura occorre applicare sulla parte colpita qualcosa di caldo, come la stessa sabbia riscaldata dal sole.
REAZIONI NEI SOGGETTI ALLERGICI: rivolgersi
immediatamente al medico.
REAZIONI E CURE NEI SOGGETTI NON ALLERGICI: chiedere consiglio al
medico o al farmacista nel caso di irritazioni importanti e fare
attenzione ai farmaci che si utilizzano. Le creme antistaminiche
che riducono il prurito, ad esempio, non devono essere applicate
prima di esporsi al sole. L'indicazione sanitaria in farmacia e
dal medico di base è sempre gratuita.
Vipera. E' bene essere previdenti ma forse è opportuno sapere che il siero antivipera non si usa più! Oggi viene impiegato con molta cautela solo dal personale sanitario specializzato.
Evitare il morso di vipera è abbastanza semplice:
1) preferire i sentieri e i
luoghi frequentati in quanto la vipera,timidissima, li evita
spaventata dalla presenza dell'uomo.
2) Indossare calzature adatte, possibilmente alte, calzoni di
stoffa robusta non aderenti e calzettoni spessi che attutiscono
il morso,ricordando che il veleno può essere iniettato soltanto
alla profondità massima di 3-4 mm.
3) Farsi sentire dalle vipere che sono quasi sorde ma
percepiscono le vibrazioni del terreno. Battere quindi il suolo
con un bastone man mano che si procede o camminare pesantemente
battendo i piedi.
4) Fare attenzione ai posti freschi quando fa caldo e ai posti
tiepidi quando fa fresco (ad es. una vegetazione fitta con il
solleone; dei massi o una pietraia quando il cielo è coperto).
È sbagliato pensare alle vipere acciambellate su un sasso sotto
il sole rovente: data la loro struttura si ustionerebbero
immediatamente.
5) Attenzione a dove ci si siede o ci si distende: si corre il
rischio di venir morsi in punti delicati. Un morso al collo può
provocare la morte per soffocamento a causa del gonfiore che si
viene a formare.
6) Nel periodo estivo fare attenzione nei boschi anche ai rami
degli alberi;le vipere femmine, a volte, partoriscono appese ai
rami bassi ed anche in questo caso si rischia di subire un
morto al capo o al collo.
7) Se si posano indumenti per terra, scuoterli con energia
prima di indossarli.
8) Distruggere gli avanzi dei cibi consumati ed in particolare
le confezioni di latte usate: le vipere sono ghiotte di questo
alimento.
9) Non lasciare spalancate le porte delle automobili quando ci
si ferma a lungo in aperta campagna o in montagna.
10) Attenzione alle rocce, ai muri di pietra, ai casolari
abbandonati e ai cespugli molto ramificati (ginepri,
rododendri, rovi, ecc.). Non mettere mai le mani sotto la
roccia, in una fessura o nell'erba alta.
11) Evitare di schiacciare le vipere con i piedi o di colpire
con pietre e bastoni: se non si colpiscono mortalmente si
rivoltano cercando di mordere.
12) Se ci si trova di fronte ad una vipera è meglio restare
immobili o indietreggiare lentamente: la vipera cercherà di
fuggire.
L’abbigliamento dovrebbe essere tale da coprire la
maggior parte del corpo allo scopo di ridurre la possibilità di
penetrazione dei denti della vipera; quindi maniche lunghe,
pantaloni lunghi e spessi, scarponi, calzettoni lunghi e, nei
luoghi più folti, anche berretto e fazzoletto al collo. Se poi
si intendono svolgere attività come la ricerca di funghi o
altri prodotti del sottobosco, il taglio di erba o di cespugli
ecc., sono indispensabili guanti da lavoro. Durante le
passeggiate o le escursioni è bene portare un bastone che ci
consenta di spostare erba cespugli ecc., per aumentare la
possibilità di vedere per tempo la vipera.
Prima di piantare la tenda
occorre bonificare per quanto possibile il terreno; si
taglieranno quindi le erbe alte, i cespugli e si farà la
massima pulizia del campo. La tenda andrà poi piantata lontano
dai luoghi particolarmente a rischio e tenuta il più possibile
chiusa, per evitare che la vipera (o altri piccoli animali e
insetti) possa trovarvi rifugio.
Non devono essere lasciati all’aperto cibo, bevande ecc.; i
rifiuti, chiusi in sacchetti, dovranno essere appesi agli
alberi (per poi essere portati ai posti di raccolta) o ad altri
sostegni, o meglio depositati se possibile e al più presto in
cassonetti, bidoni chiusi ecc.
Gli zaini, le giacche a vento e l’abbigliamento in genere non
devono essere lasciati per terra ma all’interno della tenda o
appesi in luoghi alti per evitare che le vipere vi trovino
rifugio.
Controllare sempre, con cautela, l’interno di zaini e giacche
a vento prima di indossarli, soprattutto dopo una sosta
durante una escursione.
- 1 benda alta cm. 7 e lunga mt.
6 (per il bendaggio delle braccia), 1 benda alta cm. 10 e
lunga mt.10 (per il bendaggio delle gambe), 1 cerotto elastico
adesivo alto cm. 10 e lungo cm. 50 (tipo Tensoplast), 1 stecca
rigida
- un tampone disinfettante
- una pompetta aspira veleno
La vipera è molto lenta nei
movimenti, per cui è pericolosa solo se non la si vede. Inoltre
bisogna tener presente che morde solo perché ha paura oppure
perché provocata da un movimento da lei ritenuto pericoloso.
Esiste la possibilità di essere morsi anche da rettili diversi
dalle vipere, per questo è importante saper riconoscere il
morso di quest’ultima da quello, innocuo (basta disinfettare
bene), di altri serpenti.
Il morso della vipera è facilmente riconoscibile perché
è molto più doloroso e lascia sulla cute due buchi distanti fra
loro circa 1 centimetro - un centimetro e mezzo, seguiti da una
serie di forellini più piccoli.
Molte volte si può notare solo un foro nel caso che la vipera
abbia perduto in precedenza una zanna. Si possono altresì
notare le impronte degli altri denti mascellari che saranno
assenti in caso di morsicatura attraverso pantaloni o
calzettoni.
Dall'osservazione di reazioni seguite a morsi di serpenti
velenosi in diverse parti dei mondo, è stata codificata una
procedura molto sicura. Tale pratica è stata adottata dai
sanitari australiani, paese letteralmente infestato dai serpenti
velenosi.
In genere la vipera morde sulle gambe o sulle braccia, ecco come
comportarsi:
1- far sdraiare l'infortunato;
2- sfilare gli anelli, bracciali, orologi prima che compaia il
gonfiore;
3- lavare la ferita con acqua (no alcool, acqua ossigenata che
portano una più rapida diffusione del veleno dal momento che
producono vasodilatazione);
4-utilizzare una pompetta succhia veleno nel modo indicato sulla
confezione (costano poco e si trasportano facilmente nello zaino,
hanno le dimensioni di un pacchetto di sigarette);
5- applicare sul morso una benda elastica non
troppo stretta (va bene un fazzoletto piegato largo e mo di
cravatta);
6-trasportare l'infortunato al pronto soccorso,tenendolo fermo il
più possibile.
L'atteggiamento tranquillo del soccorritore è fondamentale per il
buon esito dell'intervento.
E'comunque importante sapere che il morso delle vipere europee
molto raramente è letale.
E. P. Fonte: Piemonte Parchi.
Ogni foto, citazione o informazione sono state inserite cercando di non violare la privacy di alcuno.
Nel caso in cui qualcuno si senta offeso o creda che le suddette possano essere causa di problemi vi preghiamo gentilmente di contattarci via e-mail per provvedere prontamente alla loro rimozione.
Giuseppe Miglioranza

